Ci siamo rincontrati qualche giorno dopo in un bar vicino casa mia,
tu eri giá lá quando sono arrivata, seduto in uno dei tavolini sotto la veranda che leggevi un grosso libro. Sono rimasta a osservarti da lontano per un po, con un timoredel tuo immotivato, o cosí almeno mi dicevo. Sebbene piovesse, ero venuta a piedi, camminando lentamente, sperando che all'improviso si alzasse il vento e l'ombrello si rimpesse, constringendomi a tornare indietro, a chiamarti a dirti che no, mi dispiace non poteva essere e scusa tanto. Per me era sempre stato cosí: non cominciavo niente per paura di finire. Non iniziavo progetti, realizioni, amicizie, tutto per paura di quella piccola parole, di quelle quattro lettere attaccate, F I N E, e quando le scrivevi lo facevo attaccato perché nascondevano voragini in cui avevo paura di cadere. Mi sono stretta nelle e mi sono avvicinata a te, hai alzato lo sguardo e mi hai sorriso ancora, con gli occhi, con la bocca, con lo sguardo e involontariamente ho soriso anch'io, e la nostra storia ,e iniziata cosí.
'La nostra storia' in realtá sto sbagliando, perché non é mai stata solo 'una' storia, nei mesi successivi ci siamo scambiati di ruoli, siamo stati la vittima e il carnefice, il cacciatore e la preda, tu la bestia e io la bella, io le bombe e tu la cittá distrutta, e ancora due animali che si righiavano contro. Alla fine io di finali ne ho conosciuti tanti, tutti presunti, tutti finti, tutte seguiti da una pagina bianca e da un nuovo capitolo, perché la cittá si ricostruiva maceria dopo maceria, la bella trovava dalla bestia, il cacciatore abbassava il fucile, il carnefice abbassava la guardia, i due animali si leccavamo le ferite a vicenda.
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